Papà Sainz domina la Dakar. Lo spagnolo con la Peugeot ha preceduto due Toyota e il compagno Peterhansel

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Peugeot, via le zanne ecco gli artigli. Le “lame” delle luci anteriori lasceranno spazio ai tre “graffi”

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CORDOBA - Nel nome del figlio. Alla tenera età di oltre 55 anni Carlos Sainz vince la Dakar, la corsa più lunga e massacrante del mondo. Non si tratta certo del pilota della Renault F1, uno dei giovani più bravi e promettenti (quello che ha corso con la Toro Rosso a fianco di Max Verstappen senza sfigurare nemmeno un po), ma di suo papà che si chiama esattamente come lui. Carlos “senior” non è certo famoso per essere il padre di “junior”, il driver di Madrid è stato uno dei campioni di rally più amati e talentuosi e la Dakar l’aveva già vinta nel 2010 al volante della Volkswagen Touareg.
L’impresa, in ogni caso, resta eroica poiché lo spagnolo non era partito dal Perù fra i favoritissimi. Carlos faceva infatti parte dello squadrone Peugeot al via con 4 nuovissime 3008 DKR Maxi, ma che già da qualche mese aveva annunciato il ritiro: questa Dakar sarebbe stata l’ultima corsa.
I poderosi buggy del Leone si erano imposti nelle due ultime edizioni e i piloti erano i migliori in circolazione perché la squadra era ufficialissima e il bolide veloce e affidabile. Dal 2011, inoltre, quando salì sul podio con la Touareg 3, Sainz non era più riuscito ad arrivare al traguardo.
Certamente meno veloce di Sebastien Loeb, che ha vinto 9 titoli mondiali Rally di fila e ha oltre un decennio in meno, e senza poter contare sull’inarrivabile esperienza di Stephane Peterhansel che, oltre ad aver trionfato lo scorso anno e quello precedente, si è imposto 13 volte in totale (6 con le moto), circa un terzo delle edizioni disputate. Questa era infatti la Dakar numero 40 (da 10 anni si corre in Sudamerica) e Stephane non se ne perde una dal 1987. Anche il pilota della quarta 3008, Cyril Despres, sembrava avere più benzina: 12 anni di meno e l’esperienza di 5 vittorie nelle moto in sella alla Ktm.
Pronti via, sulle dune peruviane che aprivano un tour di 14 tappe durissime per un totale di quasi 9 mila km erano proprio i suoi 3 compagni a contrastare il Toyota Hilux ufficiale schierato dal Gazoo Racing South Africa per principe qatariota Nasser Al-Attiyah, già due volte primo alla Dakar (una con la Volkswagen e una con la Mini) e bronzo olimpico (skeet) a Londra 2012. Despres vinceva la seconda tappa, Loeb la quarta, Peterhansel la quinta. La 3008 DKR non si rompono, ma viaggiando nel nulla assoluto a velocità in cui in autostrada ti strappano la patente i rischi sono enormi. Il primo a disintegrare la Peugeot è stato Despres alla quarta tappa e si è trasformato automaticamente in “assistenza veloce”.
Di questo ruolo non ha beneficiato il cannibale Loeb poiché il giorno successivo si è incastrato fra due dune perdendo tempo prezioso. Nell’impatto il suo navigatore Elena si è fratturato una costola e quando il Leone è uscito dal fosso i due francesi sono stati costretti al ritiro. Peterhansel vinceva anche la quinta tappa, nella generale aveva oltre mezz’ora di vantaggio su Sainz e i giochi sembravano fatti. Invece Carlos, che tutte le sere si consigliava al telefono con i figlio invertendo i ruoli rispetto a quanto accade su circuiti di F1, ha iniziato a spingere per mettere pressione “monsieur Dakar” che ha dimostrato di essere umano anche lui.
Lo spagnolo ha vinto la sesta tappa e nella settima Stephane ha strappato una sospensione su una roccia. Peterhansel vinceva due tappe e rimontava con rabbia sul compagno, ma nella penultima frazione ha avuto un altro problema ed ha dovuto lasciar strada alle due Toyota che sono salite sul podio a fianco a Sainz. Fra le moto si è imposto Matthias Walkner con la Ktm (la casa austriaca vince ininterrottamente dal 2001), fra i quad Ignacio Casale con lo Yamaha Raptor, fra i camion Eduard Nikoleav con il Kamaz.




