Emanuele Pirro cinque volte vincitore della 24 Ore di Le Mans

Emanuele Pirro: «Il docufilm “Ferrari 250 GTO” è un omaggio a un uomo straordinario come Mauro Forghieri»

di Michele Montesano
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ROMA - Con cinque vittorie alla 24 Ore di Le Mans, Emanuele Pirro è una delle figure più autorevoli del motorsport italiano. Ma oltre ai successi in pista, il pilota romano ha avuto anche il privilegio di conoscere personalmente Mauro Forghieri, uno degli ingegneri più geniali della storia della Ferrari. In vista dell'uscita nelle sale, dal 7 al 9 settembre prossimi, del docufilm “Ferrari 250 GTO - L'auto di Mauro Forghieri che salvò Maranello” Pirro racconta il valore dell'uomo che contribuì a scrivere alcune delle pagine più importanti del Cavallino Rampante e il fascino senza tempo della Ferrari 250 GTO, l'automobile che ancora oggi rappresenta il sogno di ogni collezionista.

Ha avuto modo di vedere in anteprima il docufilm “Ferrari 250 GTO - L'auto di Mauro Forghieri che salvò Maranello”. Che impressione le ha lasciato?

«È un documentario veramente ben fatto. Ha il ritmo e la dinamicità tipici di una produzione americana, ma senza quelle esagerazioni che spesso Hollywood inserisce nei film. È un racconto molto equilibrato, con tantissime testimonianze di protagonisti e amici, immagini d'epoca davvero affascinanti e soprattutto una lunga intervista a Mauro Forghieri, che accompagna praticamente tutto il film. Credo renda giustizia, per quanto sia difficile farlo, a un personaggio straordinario come lui».

Il docufilm racconta uno dei momenti più delicati della storia della Ferrari, quando Forghieri si ritrovò improvvisamente alla guida del reparto tecnico. Quanto fu importante la fiducia che Enzo Ferrari ripose in un ragazzo di appena ventisei anni?

«Secondo me è uno degli aspetti più straordinari di tutta la vicenda. La grandezza di un uomo si vede soprattutto nei momenti di difficoltà. Dopo l'esodo dei progettisti molti avrebbero rinunciato o avrebbero pensato di fermarsi, invece Enzo Ferrari ebbe il coraggio di affidare le chiavi del reparto corse a un ragazzo di ventisei anni. Evidentemente vide in Forghieri qualcosa che nessun altro riusciva a scorgere. Credo molto nella responsabilizzazione delle persone: quando a qualcuno vengono affidate grandi responsabilità, se possiede le qualità giuste riesce a esprimere il meglio di sé. Forghieri dimostrò esattamente questo».

Il film racconta come la Ferrari 250 GTO abbia contribuito a salvare la Ferrari in uno dei momenti più delicati della sua storia. Quanto fu decisivo il ruolo di Forghieri?

«È stato fondamentale. Forghieri entrò in Ferrari a soli ventisei anni, in un momento difficilissimo, dopo il famoso esodo dei progettisti. Enzo Ferrari si trovò praticamente senza reparto tecnico alla vigilia della 24 Ore di Le Mans e decise di affidare a un ragazzo così giovane la responsabilità dell'intero reparto corse. È una di quelle sliding doors che cambiano una vita. Io non credo nella fortuna, credo nel lavoro e nella meritocrazia, ma esistono occasioni che cambiano tutto. Ferrari vide in lui qualcosa che nessun altro riusciva a vedere. Gli affidò un progetto che esisteva già ma che non funzionava e Forghieri colse immediatamente l'occasione. Da lì nacque una vettura che oggi vale decine di milioni di dollari».

Nel documentario emerge anche il lato umano di Forghieri. Lei lo ha conosciuto personalmente. Che persona era?

«Il suo soprannome era "Furia" perché quando aveva qualcosa da dire lo diceva ad alta voce, però dietro quel carattere c'era una persona semplicissima, di profilo basso, quasi con un'anima contadina, come diceva lui stesso. Io ho avuto il privilegio di chiamarlo amico e persino di trascorrere una vacanza insieme. Era una persona umile che non si dava mai importanza, e forse proprio per questo la sua grandezza non è ancora stata valorizzata come meriterebbe. La sua carriera è stata unica per versatilità e longevità».

Quanto è difficile, oggi, immaginare una figura come Forghieri, capace di spaziare dalla Formula 1 alle vetture stradali e ai prototipi?

«Oggi è praticamente impossibile, semplicemente perché non esistono più le condizioni. All'epoca le risorse erano limitate e si lavorava in modo completamente diverso. Servivano tantissime ore di lavoro, intuizione e capacità di trovare soluzioni senza poter contare sugli strumenti di oggi. Mauro riusciva a passare dalle vetture di serie alla Formula 1, ai prototipi, mantenendo sempre una visione d'insieme. Era una figura davvero poliedrica».

Oggi siamo abituati a vedere grandi team composti da centinaia di ingegneri. Quanto colpisce ripensare al lavoro che svolgeva Forghieri?

«È probabilmente la cosa che mi ha impressionato di più. Oggi qualsiasi progetto nasce dal lavoro di squadra, mentre allora Forghieri era contemporaneamente progettista, team manager, motivatore e punto di riferimento tecnico. Un solo uomo riusciva a fare tutto questo. Certo, le vetture erano inevitabilmente imperfette rispetto agli standard attuali, ma erano anche straordinarie. Pensare a quanto un solo individuo potesse incidere su un progetto del genere fa davvero riflettere».

Quanto erano diversi il motorsport e l'ingegneria di quegli anni rispetto a oggi?

«Completamente diversi. Oggi guardiamo agli anni Sessanta come a un'epoca eroica, e in effetti lo era davvero. Le risorse erano limitatissime, c'erano pochissime prove, niente simulazioni, niente gallerie del vento. L'intuito valeva tantissimo e il primo errore poteva decretare la fine di un progetto. Era un periodo in cui il genio poteva davvero fare la differenza. Per questo oggi ricordiamo figure come Forghieri con tanta ammirazione».

Molte delle innovazioni introdotte da Forghieri vengono utilizzate ancora oggi. Da dove nasceva questa capacità di guardare sempre oltre?

«Un fuoriclasse deve avere un insieme di qualità eccezionali e una di queste è la capacità di pensare continuamente fuori dagli schemi. Forghieri era così. Si ispirava a ciò che vedeva intorno a lui, perché nessuno parte mai da zero, ma poi riusciva sempre ad andare oltre, a immaginare qualcosa di nuovo. Non è stato l'unico genio del motorsport, ma è certamente uno dei più grandi proprio per questa capacità».

Lei ha avuto anche il privilegio di guidare una Ferrari 250 GTO. Che esperienza è stata?

«Straordinaria. Ho avuto il privilegio di guidarla sia in gare storiche che durante una manifestazione in Puglia durata una settimana. Ogni volta che mi fermavo a fare benzina mi tremavano le gambe perché la macchina non era mia, valeva già una fortuna e avevo paura le succedesse qualcosa. Ma una vettura del genere non è solo un oggetto bellissimo: è quello che senti mentre la guidi. Il rumore del V12, il selettore del cambio, la risposta del motore... sono sensazioni difficili da descrivere. Quelle auto avevano più potenza della tenuta di strada e si guidavano tanto con il volante quanto con l'acceleratore. Era pura meccanica».

Lei sostiene spesso che le automobili vadano vissute e non soltanto ammirate. La Ferrari 250 GTO è una delle poche vetture che riesce ancora a trasmettere emozioni così forti?

«Assolutamente sì. Un'automobile non è soltanto quello che si vede, ma anche quello che si sente. Il rumore del motore, il cambio, le vibrazioni, il modo in cui reagisce ai tuoi comandi: tutto questo fa parte dell'esperienza. Una macchina come la GTO, una volta al volante, ti regala sensazioni che nessun quadro, per quanto meraviglioso, può trasmettere. È proprio questo il privilegio delle automobili: possono essere guidate».

Guardando le linee della Ferrari 250 GTO si ha quasi la sensazione di osservare un'opera d'arte. Da dove nasce quella bellezza?

«Nasce proprio dai limiti tecnici dell'epoca. L'aerodinamica allora si immaginava più che calcolarla. Non esistevano gli strumenti di oggi e il talento dei designer italiani riusciva a trasformare l'intuizione in forme armoniose. Per me le vetture degli anni Sessanta sono le uniche davvero senza tempo. Hanno un equilibrio delle proporzioni che oggi, probabilmente, sarebbe perfino sbagliato dal punto di vista tecnico e proprio per questo non potrebbe più essere riprodotto».

Nel film si racconta come la Ferrari 250 GTO sia diventata molto più di una semplice automobile. Quando, secondo lei, una vettura diventa un'icona?

«Una macchina da corsa nasce semplicemente come una macchina da corsa. Finita la sua carriera agonistica diventa una vettura vecchia, poi con il tempo diventa storica e solo pochissime riescono a trasformarsi in qualcosa di molto più grande. La 250 GTO ha compiuto proprio questo percorso: è diventata un sogno, un'opera d'arte, un oggetto del desiderio. Non è solo una questione economica, ma del significato che quella macchina rappresenta».

Oggi la Ferrari 250 GTO è considerata l'automobile più desiderata dai collezionisti. Come si spiega un fascino così duraturo?

«Perché è andata oltre il motorsport. È diventata un'opera d'arte. Sono stati costruiti soltanto 36 esemplari e questo la rende esclusiva, ma non basta. È la storia che porta con sé ad averla resa un oggetto del desiderio. Oggi si parla di valori compresi tra i 60 e i 70 milioni di dollari e ci sono pochissime persone al mondo che possono permettersela. È entrata in un club ristrettissimo fatto di collezionisti come Ralph Lauren o Nick Mason. Quando una macchina riesce a rappresentare così tanto, il suo valore supera quello del semplice oggetto».

Esiste una vettura oggi che potrebbe rappresentare quello che la 250 GTO ha significato negli anni Sessanta?

«Credo che cercare paragoni con il passato sia sempre un esercizio destinato a fallire. L'evoluzione significa qualcosa che deve ancora succedere. La GTO è nata in un'epoca irripetibile e ha avuto un impatto che oggi sarebbe impossibile replicare. Oggi tutto è molto più distribuito e frammentato. Piuttosto che cercare un'erede, dobbiamo goderci quello che quella macchina è stata e continuare ad apprezzare anche il presente».

Il documentario insiste molto anche sull'importanza della memoria storica. Quanto è importante preservare il patrimonio del motorsport?

«È fondamentale, come lo è preservare la storia in generale. Oggi tutto corre velocissimo: una novità diventa subito normale e poi immediatamente vecchia. Per questo conoscere il passato è ancora più importante. Noi siamo quello che siamo grazie a chi ci ha preceduto e questo vale anche per il motorsport. Inoltre c'era un romanticismo che oggi inevitabilmente non esiste più. Non perché oggi sia peggio, ma perché quel periodo era irripetibile».

Che valore ha un documentario come questo per le nuove generazioni che magari conoscono la Ferrari soltanto attraverso la Formula 1 di oggi?

«Ha un valore enorme, perché permette di capire da dove nasce tutto. La Ferrari che conosciamo oggi è il risultato di decenni di lavoro, intuizioni, sacrifici e persone straordinarie. Questo film racconta una storia che va oltre l'automobile: parla di talento, di coraggio, di responsabilità e della capacità di cogliere un'opportunità. Sono temi che possono interessare chiunque, anche chi non è un appassionato di motorsport».

Se dovesse convincere una persona che non segue le corse ad andare al cinema a vedere questo documentario, cosa le direbbe?

«Le direi semplicemente di lasciarsi guidare dalla curiosità. Credo che la curiosità sia una delle qualità più belle che una persona possa avere. Anche quando non conosco un argomento, mi piace scoprirlo e imparare qualcosa di nuovo. La storia della Ferrari 250 GTO e di Forghieri è così straordinaria che penso possa appassionare chiunque abbia voglia di conoscere una grande storia italiana, anche senza essere un esperto di motori».

Secondo lei qual è stata l'automobile più straordinaria progettata da Forghieri?

«Non mi piace fare classifiche. È un po' come chiedere a un padre quale sia il figlio preferito. La Ferrari 250 GTO è certamente una macchina straordinaria, ma Forghieri ha progettato Formula 1 incredibili, sport prototipi come la 312 PB e tante altre vetture che hanno fatto la storia. Sceglierne una significherebbe fare un torto a tutte le altre».

Infine, se dovesse descrivere Forghieri con una sola parola, quale sceglierebbe?

«Cerco sempre di essere originale e di non usare parole inflazionate, ma questa volta non riesco a trovarne un'altra. Forghieri era semplicemente un genio».

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lunedì 10 agosto 2026 - Ultimo aggiornamento: 09:20 | © RIPRODUZIONE RISERVATA